Crowdsourcing: un antidoto contro le idee scontate

Pubblicando l’edizione Italiana di Crowdsourcing di Jeff Howe, Bruno Pellegrini ha fatto un’operazione culturalmente importante perché il crowdsourcing non è un ambito ristretto e nemmeno un’applicazione, ma un’interpretazione della realtà che trova su internet (o meglio sul social web) il suo massimo potenziale.
Come dice Howe: “proprio così internet non ha inventato il crowdsourcing: lo ha soltanto reso di gran lunga più efficiente.”
Ma cos’è il crowdsourcing esattamente ?

Pellegrini correttamente nell’introduzione dice che è “difficile dare un perimetro al crowdsourcing”, a nostro avviso coglie nel segno la definizione che ne dà Larry Houston un ex-VP di P&G: differenziandolo dall’outsourcing: “l’outsourcing è quando io recluto qualcuno perché faccia un servizio […] qui invece parliamo di prendere delle persone di fuori e coinvolgerle in questo processo ampiamente creativo e collaborativo”

Insomma se volessimo provare a darne una definizione operativa: il crowdsourcing è la capacità di coinvolgere gli altri nel generare conoscenza e trovare soluzioni a problemi specifici.
Ci si domanda: ma per far questo non esistono già le persone pagate dalle aziende che sono specializzate nel far questo ?
Ed è qui che il Crowsourcing scombina le carte: le esperienze concrete dimostrano che se mettete a confronto professionisti specializzati con una massa di persone queste ultime hanno spesso performance migliori.

Questa evidenza è contro intuitiva, tutti penseremmo il contrario, perché
accade ?
Facciamo un passo indietro: nel 2004 James Surowiecki pubblica La Saggezza delle Folle -avendo come contraltare il libro di Charles Mackay La Pazzia delle Folle (ma aggiungiamo noi anche “contro” anche una tradizione euristica che passa per nomi come Freud o Elias Canetti) – per ribaltare il paradigma: il libro dimostra come la folla può essere più saggia dei singoli individui.
Howe fa un ulteriore passo avanti: ribaltando il concetto che non è la “folla” il cuore del sistema, ma un gruppo di individui quanto più possibili diversi.
In termini matematici sarebbe una proporzione così: l’intelligenza collettiva è proporzionale al grado di diversità tra le persone.

Un concetto altresì conosciuto come la forza dei legami deboli: scegliamo chi ci somiglia, quindi quando anche come azienda, quando scegliamo dei consulenti li scegliamo simili a noi; è dunque difficile che diano soluzioni diverse da quelle che si sarebbero sviluppate internamente.
Al contrario le soluzioni e le aperture garantite dai nostri legami deboli spesso ci sorprendono perché ci danno un’interpretazione delle cose diversa dalla nostra.

Infatti (e qui vorrei consigliare a chi amerà Howe di leggere il Cigno Nero altro splendido libro contro il conformismo euristico) ogni individuo possiede qualche conoscenza o talento che qualcun altro individuo troverà preziosi dice Howe.
E se pensate di averla già sentita sì in effetti è una versione diversa della coda lunga per cui per ogni nicchia di mercato c’è un acquirente e così come la Rete ha disintermediato il reperimento e l’acquisto dei beni, così accade per l’acquisizione e condivisione della conoscenza.

E’ suggestivo che, come dice Lakhani un ricercatore che ha studiato il fenomeno del crowdsourcing,: “il 75% dei solutori conosceva già la soluzione del problema”

Il libro di Howe è ricco di esempi di applicazioni, certo parliamo degli Stati Uniti, in Italia, al di là di alcuni noti esempi, siamo ben al di qua dall’immaginare il crowdsourcing come un modello praticabile.
Pellegrini stesso ribadisce come manchi ancora una sistemazione teorica nella letteratura di riferimento scientifica che aiuti le aziende ad adottare gli strumenti e i modelli adeguati. (Qual è e come definire la ricompensa degli individui che partecipano un solo piccolo esempio).

Howe sa com’è difficile praticarlo e renderlo un business, ma ci dà anche un paradosso, una delle aziende al mondo di maggior successo è un’azienda che si basa sul crowdsourcing: Google. Perché è proprio vero, come l’ha definito John Battelle, google è il database delle nostre intenzioni, registra tutto e diventa tanto più efficace più ognuno di noi mette contenuti in rete.

Il social web fa (farà?) fare un altro passo avanti, la condivisione della conoscenza per i nativi digitali è un abito mentale scontato, e questo è un bene, ma, come avverte Howe nelle 10 regole finali per far funzionare il crowdsourcing, meglio non dare per scontato che il sistema sia capace di autorganizzarsi, non a caso l’ultima regola è: non chiedetevi cosa può fare la folla per voi ma cosa potere fare voi per la folla.

Per chi è a Roma e volesse approfondire i temi del crowdsourcing durante la Social Media Week questo è l’appuntamento.

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