Gamification: siamo sicuri si tratti solo di una moda passeggera?

Gamification, questo termine nell’ultimo anno è diventato di uso comune per chi si occupa di digital media.

Oggi in molti (consulenti – agenzie) propongono  alle aziende di affiancare alla tradizionale pianificazione digital una strategia di Gamification, suscitando inizialmente qualche perplessità: cosa significa Gamification? È la prima domanda, di rito per chi non se ne intende affatto…..

E tanti, sempre di più, sono i brand che ti chiedono direttamente di pensare, sviluppare una strategia di Gamification, citando qualche esempio famoso come Nike e McDonalds.

Ma spesso, né gli uni né gli altri, si rendono conto davvero di cosa significa e, soprattutto, cosa comporta progettare una strategia di Gamification che “calzi a pennello” per quello specifico brand.

GAMIFICATION: COSA SIGNIFICA?
Andiamo con ordine. Cosa significa Gamification?

Volendo semplificare la definizione che ne da Wikipedia potremmo dire che per Gamification si intende: l’utilizzo di dinamiche tipiche dei videogiochi all’interno di contesti non-gaming volto fondamentalmente a sviluppare engagement e loyalty.

Partendo da questa definizione possiamo dire quello che “non è”Gamification:

  • sviluppare una strategia di Gamification non significa progettare un gioco (Gamification ≠ Gioco): il “gioco” è semplicemente un elemento fondamentale per influenzare il comportamento del proprio target di riferimento
  • l’obiettivo principale di una strategia di Gamification non è il mero intrattenimento: il “game-contest” è sempre collegato ad uno o più obiettivi di business.

GAMIFICATION: QUALE STRATEGIA?
Partiamo da due presupposti fondamentali:

  • non tutti gli scenari di business sono adatti ad una strategia di Gamification
  • per avere successo la Gamification non deve e non può essere una strategia isolata ma deve rientrare in una più ampia strategia digitale volta ad attrarre e fidelizzare il target di riferimento

Dati i primi due punti come conditio sine qua non passiamo agli elementi fondamentali di una strategia di Gamification (e non solo….): Obiettivi, Target e Social Sharing.

Stabiliamo obiettivi chiari e semplici: non si creda che la Gamification possa essere la panacea per tutti i mali o possa portarci a dei risultati mai visti prima…

Conosciamo a fondo il nostro Target? Questa è una domanda fondamentale per chi si appresta ad inserire la Gamification all’interno di una più ampia strategia digitale. E’ fondamentale sapere cosa lo può «motivare» e coinvolgere: personalità diverse risponderanno in maniera diversa a winnings e rewards messi in palio.

Inseriamo la Gamification in un contesto «social»: è stato dimostrato che le persone sono più propense a condividere sia se l’utilizzo di uno o più SN serve per conquistare il premio in palio sia quando il premio l’hanno vinto. L’esempio della campagna di Wolkswagen Fox/ Planeta Terra in Brasile è emblematico di come l’utilizzo di Twitter possa essere fondamentale per coinvolgere il proprio target di riferimento.

UN TREND IN CRESCITA: DUNQUE NON PARLIAMO DI UNA MODA PASSEGGERA….
Ecco alcuni dati relativi al fenomeno Gamificationnegli ultimi anni:

  • Nel 2014 i ricavi provenienti da attività di Gamification raggiungeranno i 938 milioni di dollari, contro i 100 milioni del 2011 (Fonte M2 Research)
  • Entro il 2014 il 70% delle aziende utilizzerà strategia di Gamification (Fonte Gartner)
  • Su Facebook le prime 5 aziende che utilizzano gaming e social/app contano 430 milioni di utenti attivi (Fonte M2 Research)

Questi numeri testimoniano che non siamo di fronte ad un fenomeno passeggero.
La Gamification sta diventando sempre di più un elemento strategico a supporto di una più complessa pianificazione digital.

 

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Mobile couponing, la nuova frontiera dello sconto

Come faccio ad avere lo sconto? Ritaglia il coupon e consegnalo al tuo negoziante, questo l’esempio più diffuso di coupon cartaceo, che accompagna la pubblicità su qualche rivista o è possibile trovare vicino a qualche prodotto della GDO.
Accanto al classico coupon di carta si stanno diffondendo sempre di più i coupong digitali, erogati in particolare attraverso i mobile device.

Si stima che nel 2013 negli Stati Uniti circa 35 milioni di utenti mobile utilizzeranno i mobile coupon e il 30% dei possessori di smartphone non potranno fare a meno di utilizzare questo tipo di scontistica.

Il mercato del mobile couponing è destinato a crescere in maniera esponenziale per raggiungere i 43 miliardi di dollari nel 2016 (fonte Juniper Research), con una redemption stimata 8 volte superiore rispetto a quelli cartacei.

Certo i tradizionali coupon di carta non spariranno definitivamente, soprattutto in Italia dove sono ancora molto radicati (pensiamo agli sconti dei parchi giochi/acquatici che imperversano ovunque soprattutto nel periodo estivo) ma i loro cugini digitali stanno guadagnando terreno anche da noi.
Il recente accordo tra Vodafone e Glamoo (Vodafone Extra Glamoo) e quello tra Seat e Glamoo prima, ne sono un esempio: dal sito mobile Vodafone Extra Glamoo i clienti Vodafone possono usufruire di una serie di offerte che attualmente coprono 110 città italiane. Gli sconti su prodotti e servizi sono raccolti sul territorio dalla forza vendita di Seat PG.

PERCHE’ UN RETAILERS DOVREBBE AFFIDARSI AL MOBILE COUPONING?
Il mobile couponing può essere considerata una promozione non invasiva, che seguendo la logica dell’opt-in consente al  potenziale cliente di accettare o meno di visionare l’offerta e decidere se aderire allo sconto.

Il non essere invasivo è sicuramente un punto di forza nei confronti del cliente che non subisce la promozione anzi interagisce con essa in caso di interesse. L’effetto della promozione è dunque immediato: anche se l’utilizzo del coupon può essere posticipato nel tempo solitamente il cliente ha già deciso se è di suo interesse o meno.

L’offerta può inoltre essere “localizzata” in uno store piuttosto che in un altro, in una data zona commerciale.
La geolocalizzazione dell’offerta è un altro punto di forza del mobile couponing e consente di ottimizzare i costi relativi al lancio della promozione colpendo da subito il target di interesse.

L’ottimizzazione dei costi e la possibilità di misurare i risultati in tempo reale sono altri due elementi che giocano a favore della scelta del mobile couponing: l’andamento delle offerte può essere «misurato» in tempo reale. Da subito il retailer è in grado di capire quale canale media sta performando meglio e quale prodotto sta ottenendo il maggior interesse dei customers.

CLIENTE MIO, IO TI CONOSCO
Raccogliere dati sui clienti in tempo reale, il sogno di ogni retailer. Bene, una campagna digital incentrata sul mobile couponing consente ai retailers di  raccogliere continuamente dati sui clienti che rispondono alle offerte.

Conoscere i propri clienti e studiare delle offerte che corrispondano alle loro esigenze: questo è il passo successivo che ogni retailer dovrebbe fare dopo una buona campagna di mobile couponing.

DA KROGER A PROCTER & GAMBLE, I GRANDI MARCHI DELLA FMCG INVESTONO IN MOBILE COUPONING
Il costo può far la differenza tra un prodotto ed un altro, soprattutto ora che il cliente è sempre più attento ai prezzi, sempre più alla ricerca del vero affare.
Colossi come Kroger e P&G stanno investendo nel mobile couponing, ultima frontiera dello sconto ad ogni costo: oggi Kroger, secondo retailer degli USA per volume di vendita (il primo è Walmart) e il quinto a livello mondiale, è leader nella distribuzione di coupon digitali sia online sia attraverso il mobile device

Kroger utilizza i  coupon per promuovere una vasta gamma di prodotti , in particolare CPG (Consumer Packaged Goods) e label products.

P&G dal canto suo sta lavorando affinchè i suoi clienti possano utilizzare i coupon digitali however: grazie alla lettura del bar code tramite scanner laser (tecnologia della start up Mobeam) i clienti di prodotti P&G potranno “scaricare” i mobile coupon direttamente nel punto vendita, semplicemente utilizzando il loro smartphone.

Vedremo se fra qualche anno i tradizionali coupon cartacei saranno solo un vago ricordo, o se continueranno a contendersi la scena con i coupon digitali.

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TV Everywhere: l’ultima frontiera di internet

La televisione ha rappresentato, fino a pochissimo tempo fa, il “luogo” intorno al quale ci si raccoglieva per vedere i programmi preferiti: a casa, sul divano; il simbolo di una ritualità consolidata: in un determinato giorno, ad una determinata ora viene trasmesso quel determinato programma, e lo puoi vedere solo in quel momento, tranne che non trasmettano delle repliche (sembra un termine di un secolo fa che oggi fa sorridere).

Poi sono arrivati il video registratore e il dvd recorder, con la possibilità di programmare la registrazione di un evento televisivo. Ma è con internet che è iniziato il vero cambiamento….quello della TV everywhere. Oggi quel programma cult che siamo persi in tv lo possiamo vedere quando vogliamo sul pc, anzi lo possiamo visualizzare addirittura in diretta, in streaming, su smartphone e tablet. E questo ovunque siamo!
Sono circa 20 milioni gli italiani che guardano contenuti video su internet (Fonte IT Media Consulting – The Internet Era of TV), un numero impensabile solo fino a qualche anno fa.
Prendiamo l’evento televisivo del momento, Euro 2012: rispetto allo stesso periodo di Euro 2008, gli utenti unici registrati in questa edizione sono quintuplicati, con 20,8 mln di pagine viste e circa 2,4 mln di utenti unici. E, per la prima volta, sono le richieste su smartphone e tablet a trainare l’intera domanda su internet nei primi 11 giorni di Euro 2012, con quasi 4 utenti su 10 collegati su device mobili (Fonte Ansa).

Numeri impressionanti che danno l’idea di quello che è sempre più un nuovo “mercato” televisivo denominato Over The Top TV (OTT –TV). Un mercato che a fine 2012 si stima porterà a casa ricavi per 514 milioni di euro e che nel 2015 potrebbe sfiorare i 2 miliardi di euro.

COME SI MUOVONO I PRINCIPALI PLAYERS
Mentre in Italia  i principali protagonisti del mercato televisivo stanno facendo i primi passi nel fornire servizi per la fruizione di contenuti video via internet (pensiamo a prodotti come Sky Go e Premium Play di Mediaset), negli Stati Uniti il mercato è già in una fase avanzata.
Solo qualche dato:  gli utenti di Hulu,  una OTT-TV che offre film e spettacoli televisivi in diretta, trasmessi soprattutto su  NBC e Fox sono passati da meno di 300 mila a fine 2010 a 1,5 milioni a fine 2011.
Netflix, leader nella distribuzione di film online, detiene il 44% del mercato (nel 2010 deteneva solo lo 0,5%) e ha rosicchiato quote prima appartenenti ad Apple e Microsoft.
Il suo successo  deriva dalla proposta fatta ai suoi clienti: un abbonamento televisivo classico che consente di visualizzare tutti i contenuti presenti in un dato pacchetto, contro il noleggio one shot, considerato oramai da molti obsoleto.
Ed è questo il dato che emerge con maggiore forza: chi guarda contenuti video su internet preferisce pagare l’abbonamento ad un pacchetto, piuttosto che effettuare l’acquisto di un singolo evento. E anche i players italiani hanno compreso questa tendenza, tant’è che  sia Sky Go che Premium Play si basano sul principio dell’abbonamento.

VERSO LA NON TV DI APPLE TV
Sul fronte Apple si mormora che Cupertino stia lavorando alla prima TV “non –TV”.
James McQuivei, di Forrester Research  ha sintetizzato cosa è possibile aspettarsi dal prossimo televisore Apple: un vero e proprio ihub, con schermo touchscreen, controllo vocale e possibilità di essere controllato da Iphone e Ipad, che contiene non solo TV ma anche tutta una serie di APP sviluppate ad hoc per intrattenere…..
Insomma la APP TV rimarrebbe praticamente la stessa, ovvero quella sviluppata nel 2010 , che grazie alla tecnologia icloud, consente di visualizzare in TV tutti i contenuti scaricati da Itunes sui vari device (Imac, Ipad, Iphone).
Quello che Apple andrebbe a cambiare è il modo di considerare la fruizione dei contenuti in TV: non solo video ma foto, calendari, musica, giochi… insomma una tv sempre meno “schermo” e sempre più interattiva, in grado di offrire non solo contenuti ma anche servizi.

IL QUINTO SCHERMO
Ed è il binomio servizi-interazione la chiave di volta dei cosiddetti wereable computers, già oggi definiti come il quinto schermo, che secondo Forrest Research  diventerà nei prossimi anni the next big device.

Occhiali che funzionano come un computer , smartwatches, ovvero smartphone da indossare completi di micro app,  sono solo alcuni esempi di weareable computers già presenti sul mercato, pensiamo ad esempio a Sony con il suo Smartwatch Hands e Google con i suoi Google Glasses.
Il quinto schermo è destinato a  modificare ancor di più le nostre abitudini, più di quanto lo abbiano già fatto il mobile prima e i tablet poi. Non abbiamo neppure bisogno di “prenderlo”, è sempre con noi, sempre connesso, ci offre servizi immediati aumenta a dismisura la nostra possibilità di interagire con il mondo digital/social.

Tutto questo i principali players del mercato digitale, da Google ad Apple passando per Microsoft lo sanno bene: il quinto schermo rappresenta il paradiso da un punto di vista pubblicitario.
Può significare la possibilità di inviare messaggi pubblicitari everywhere , messaggi che dovranno essere sempre più interattivi per attirare il pubblico.
Quella di un nuovo modo di fare pubblicità potrebbe essere la prossima sfida che i big del mercato digitale si troveranno davanti nel loro cammino verso il quinto schermo.

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Facebook, Google, Linkedin: Internet per pochi Player

Il 18 maggio sarà una data da ricordare in questo tempo digitale dove i mesi sembrano anni e i giorni ore.

E’ il giorno dell’Ipo di Facebook : con 900 milioni di utenti, un valore di mercato di 104 miliardi di dollari, un prezzo ad azione di 38 dollari, e una raccolta prevista di 18,4 miliardi, è la seconda Ipo più grande della storia di Wall Street (la prima rimane Visa con 19,65 miliardi di dollari incassati).

Sembrano lontani anni luce il 2004, anno dell’Ipo di Google da 1,92 miliardi di dollari e il 2011, con l’Ipo di Linkedin da 406 milioni di dollari.

E poco importa se Facebook ha chiuso la sua prima giornata in Borsa con solo +0,61%, a 38.23 dollari, dunque di poco sopra il prezzo di collocamento: lo sbarco in borsa è stato comunque un record, da gestire con attenzione, perché gli investitori sono lì alla porta, e stanno a guardare, analizzando e valutando ogni scelta strategica, ogni sviluppo del business.

Ed è anche per essere convincenti proprio nei confronti di quegli investitori che poi sarebbero andati a decidere le loro sorti al momento della quotazione in borsa, che in questi anni i principali player del mercato – da Google a Linkedin –  passando per Facebook, si sono mossi, con acquisizioni strategiche, sia per colmare le loro lacune e migliorare in alcuni settori in cui erano carenti (ad esempio il mobile), sia per aggiungere delle expertises strategiche per il loro business.

In questi anni il mercato digital/social si è andato sempre più concentrando nelle mani di pochi player che hanno fatto acquisti mirati di pezzi importanti di grandi aziende, come il caso di Google con Motorola, o di start up in forte ascesa, come il caso di Facebook con Instagram.
Di fatto l’obiettivo di queste acquisizioni è sempre stato lo stesso: aggiungere competenze, entrare in nuovi mercati, potenziare funzionalità/attitudini interne.

FACEBOOK: DA INSTAGRAM A GLANCEE, UN PASSO VERSO LA GEOLOCALIZZAZIONE E IL MOBILE
Migliorare nella localizzazione e nel mobile. Queste le motivazioni che hanno spinto Facebook ad acquistare prima Gowalla nel dicembre 2011 e poi Instagram, ad aprile di quest’anno.

Dopo il ridimensionamento del servizio Places, lanciato nell’agosto 2010, con cui sperava di intaccare il primato di Forsquare,  Facebook ha puntato sempre di più a  migliorare la parte relativa alla geolocalizzazione acquistando Gowalla, o più precisamente l’expertise di Gowalla.
Di fatto il servizio offerto da Gowalla non era la semplice condivisione dei luoghi visitati con i propri amici, ma il racconto di questi luoghi arricchiti da foto e altro.
Insomma la versione embrionale della Time Line di Facebook! Ed è a questo progetto che si presume sia andato a lavorare il team di Gowalla dopo l’acquisizione.

Se non ce l’hai compralo, questo il leit motiv della strategia di Zuckemberg. Che si ripropone con l’acquisto di Instagram, costata a Facebook circa 1 miliardo di dollari.
Prima di Istagram Facebook non aveva mai fatto acquisizioni di tale portata economica, limitandosi a spendere qualche decina di milioni di dollari per portare a casa talenti più che startup. Per Instagram è stato un po’ diverso.

Lo stesso Zuckerberg ha dichiarato che Facebook non aveva mai acquistato prima un prodotto con così tanti utenti. Perché questo acquisto, che di fatto lascerà le due aziende indipendenti, così come è successo per Google e Youtube?

La condivisione delle foto è uno dei principali motivi per cui le persone utilizzano Facebook, e su questo versante Instagram, strumento di fatto alternativo a Facebook, con i suoi 30 milioni di utenti soltanto su Iphone, era oramai una minaccia più che seria, tanto da minare la stessa quotazione in borsa dell’azienda di Palo Alto.
Il campanello d’allarme deve essere scattato dopo che, con lo sbarco su Android, Instagram ha ottenuto un milione di download in poco meno di una giornata. Soprattutto vista la posizione di debolezza di Facebook nel settore mobile, l’acquisizione diventa un ulteriore tassello verso l’espansione nel settore mobile.

Ed il miglioramento sul versante mobile e geolocalizzazione è l’obiettivo che spinge all’ultimo acquisto poco prima dell’Ipo: Glancee, azienda fondata da due italiani che ha sviluppato un’app per  smartphone e tablet in grado di individuare se nelle vicinanze ci sono persone con cui abbiamo in comune interessi o amici.

A differenza di Instagram Glancee non è una app campione di incassi, né un’azienda in pericolosa ascesa. Ma è specializzata in geolocalizzazione, o forse  più propriamente, nel social discovering, termine coniato proprio dai due fondatori, Alberto Tretti e Andrea Vaccari.

Un app nata nel 2010 per “rendere più facile scoprire le connessioni nascoste che ci circondano, e incontrare persone interessanti”, come si legge sulla home page del sito, in grado di rilevare i nostri interessi su Facebook e Twitter e metterci in contatto con le persone che hanno interessi simili e si trovano dove ci troviamo noi. Insomma interessi e geolocalizzazione che viaggiano insieme su di un’unica applicazione, in grado di sfruttare i contatti di Facebook e Twitter per promuovere interazioni sociali nel mondo reale.

L’expertise di Glancee servirà sicuramente a Facebook per migliorare nel campo della geolocalizzazione: perché se oggi è possibile fare check in su Facebook, domani il SN potrà recuperare le informazioni sui luoghi da noi visitati e tenere traccia dei nostri spostamenti.

CONTENUTI E MOBILE: LA STRATEGIA DI CRESCITA DI GOOGLE
Da Youtube a Motorola Mobility gli acquisti di Google sono sempre stati orientati verso aziende in grado di migliorare il posizionamento del colosso di Mountan View nel settore del mobile e della distribuzione di contenuti.

Di fatto nell’ottobre del 2006 Google compra un’azienda più che giovane (Youtube è stata fondata nel 2005) in ascesa nel settore del video sharing, con numeri che già allora erano importanti (nel 2006 venivano visualizzati 100 milioni di video al giorno) ma davanti ai numeri di oggi, 4 miliardi di video visualizzati ogni giorno, abbiamo idea di quanto Google ci abbiamo visto lungo in questa acquisizione.

Anticipando i tempi, Google aveva capito che avere a disposizione contenuti di qualità e differenziati, è la chiave di volta per attrarre visitatori e di conseguenza puntare ad avere un numero sempre maggiore di inserzionisti. Content is the king, e questo per Google rappresenta un must anche quando, nell’agosto 2011, decide di acquistare Motorola Mobility. con un’operazione del valore complessivo di 12 miliardi e mezzo di dollari.

Il motivo dell’acquisizione, come riportato da Larry Page, fondatore e CEO di Google, con un post sul blog ufficiale, è di fatto legato al  contributo significativo che Motorola ha dato a Google nella diffusione di Android nel mercato delle device mobile.

Di fatto Android attualmente è il sistema operativo mobile più diffuso a livello mondiale, seguito da iOS di Apple. Con una differenza sostanziale: che iOS è supportato solo dalla Apple mentre Android è un sistema aperto, che gira anche su altri vendors.

Con questa acquisizione Google non solo punta a diventare leader nel mercato mobile ma, forte della sua expertise nella diffusione dei contenuti, si appresta a sbarcare nel mercato dell’home entertainment device, come ormai già si mormora da tempo (http://online.wsj.com/article/SB10001424052970203824904577213430617644196.html  ).

LINKEDIN E SLIDESHARE: PERFETTA INTEGRAZIONE DEL PROFILO PROFESSIONALE

Instead of an anonymous editor or algorithm  (…) the rise of a social web allows trusted connections to act as information curators, recita così Reid Hoffman nel suo libro The Start Up of you.

Ed è proprio a questo che deve aver pensato quando ha deciso di procedure all’acquisto di Slidehsare: il più grande network di professionisti al mondo compra la comunità leader nella condivisione di contenuti professionali, che ad oggi conta 29 milioni di visitatori unici, secondo le ultime rilevazioni di comScore.

Circa 118,75 milioni di dollari, questo il costo dell’operazione, con un accordo che prevede un pagamento in contanti e azioni.
Non ci sono dettagli specifici su come evolveranno i due social network ma  l’integrazione non potrà che migliorare i servizi offerti ai professionisti, soprattutto in termini di visibilità e diffusione di contenuti di qualità. Come  annuncia Linkedin dal suo blog, l’obiettivo è quello di aiutare i professionisti di tutto il mondo ad essere ancor più produttivi e di successo.
Ed essere ancor più competitivi per gli inserzionisti, aggiungiamo noi.
E c’è da giurarci che riusciranno.

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Mobile Devices: ovunque immersi nell’esperienza digitale

I mobile devices hanno profondamente cambiato la nostra “esperienza digitale”: fino a qualche anno fa ( e sembra un secolo fa) l’accesso a contenuti digitali passava  esclusivamente dal personal computer, e  il browser era l’interfaccia digitale.
L’avvento dei nuovi devices ha cambiato e sta ancora cambiando tutto: dalla vita quotidiana al mondo del lavoro.

Oggi l’attività lavorativa viene svolta – talvolta per la maggior parte del tempo – lontano dal classico ufficio, a casa, dal cliente, in aereoporto. Tutto questo grazie all’uso di smartphone, tablet, Iphone e Ipad.
Solo alcuni dati che attestano questo cambiamento: da uno studio di Comscore emerge che, a fine 2011, 5 tra i più importanti mercati mondiali (UK, USA, Singapore, Giappone, Australia) presentano più del 5% del traffico internet proveniente da un device diverso dal computer (no-computer device).
Nel 2011 il traffico dati mobile è aumentato del 53% rispetto all’anno precedente (Fonte Osservatorio Agcom), con un peso crescente del traffico proveniente da smartphone e tablet.

Siamo oramai nell’era dell’ubiquitous computing, la stessa che Mark Weiser aveva predetto nel 1996, passando allora per un visionario 😦 quando in un prossimo futuro immaginava un computer so  embedded, so fitting so natural da essere utilizzato senza quasi accorgersene….Non è forse quello che succede oggi con smartphone e tablet?

Ma come ci siamo arrivati? Ecco un po’ di storia dei digital devices

IPHONE REINVENTS THE PHONE
Today apple is going to reinvent the phone
: così Steve Jobs il 9 gennaio del 2007 presenta il nuovo Iphone  al grande pubblico. Ed è stato davvero così: da quel momento le nostre abitudini di approccio al mondo digitale sono completamente cambiate, per sempre.

Apple è riuscita ad integrare in un’unico device funzionalità e contenuti che, fino a quel momento, erano mondi a sé: musica, internet, telefono, tutto insieme a portata di mano.

E’ da qui che partito il cambiamento.

Se è vero che gli smartphone esistevano già prima dell’Iphone, la loro destinazione d’uso era completamente diversa: parliamo di mobile phone con qualche funzionalità in più (leggere le mail, navigare su internet), ma il controllo restava alle TELCO che fornivano il traffico e i contenuti.
L’utente non poteva né scegliere le applicazioni né modificare i comandi, insomma il device era ancora subordinato al traffico telefonico.

Steve Jobs nel corso della sua presentazione del 2007 al MacWorld cita i principali players del momento: MOTO Q, PALM TREO, NOKIA E 62, BLACKBERRY.  E dalle sue parole appare chiara  la differenza tra quello che è stato prima dell’Iphone e quello che è successo dopo: si passa dal mobile phone – un semplice strumento che ti consente di comunicare – al device – che ti consente di immergerti nella comunicazione grazie ad una piattaforma di contenuti dedicati, un mondo dove accedere. Nascono le App. e il web diventa fruibile anche senza browser.

I MOBILE DEVICES PRINCIPALI DISTRIBUTORI DI CONTENUTI MEDIA
Da Android a Windows Phone, dall’Iphone all’Ipad, il biennio 2011/2012 è stato, e continuerà ad essere,  l’anno dell’esplosione dei mobile devices.

E se con gli smartphone abbiamo assistito alla mobile media revolution, con l’affermarsi dei tablet la rivoluzione è arrivata in casa! Così leggeri e sottili sembrano dire: mettetevi comodi 🙂 che ci pensiamo noi ad intrattenervi.  E così possiamo goderci video, musica, contenuti multimediali ciondolando tranquillamente in casa.

Ed è proprio in questo “mettetevi comodi” che sta la vera novità: contenuti multimediali everywhere….ma soprattutto a casa, dove la connessione wi-fi consente una visualizzazione veloce.

Oggi il 42% degli Americani dichiara di vedere video in streaming -nel 2009 erano solo il 28%-e il 36% preferisce visualizzare libri, quotidiani e periodici sul proprio digital device -nel 2007 erano il 23% (fonte Deloitte’s sixth edition “State of the Media Democracy).

Il futuro dei mobile devices passa per i contenuti: in Italia il 70% del mobile commerce riguarda ricavi da contenuti pay (notizie, giochi, musica, etc), che sono aumentati del 120% rispetto al 2010.

Non è utopistico pensare che in un prossimo futuro i mobile devices diventeranno i principali distributori di contenuti media, e che la TV everywhere diventerà a breve una realtà consolidata.
L’esempio di “Sky go” (che approfondiremo in un prossimo post) fanno propendere verso questa possibilità.

UNO SGUARDO AL FUTURO: TECNOLOGIA LTE E CLOUD COMPUTING
Accesso veloce ai contenuti multimediali in alta definizione anche in mobilità: tutto questo sarà sempre più a portata di mano grazie alla diffusione della tecnologia LTE (Long Term Evolution),  a cui guardano i principali players che operano nel settore dei mobile devices.

LTE  è una tecnologia mobile in grado di fornire velocità di trasmissione dati di molte volte superiore alla tradizionale 3G: per capirci parliamo di 100 Mb al secondo invece di 2Mb al secondo…

Pensiamo quanto l’utilizzo di questa tecnologia potrà influenzare:

  • la fruizione in mobilità di contenuti multimediali tramite digital device
  • l’utilizzo del mobile cloud computing : cloud storage e servizi accessibili nella nuvola attraverso le applicazioni installate sui dispositivi mobile.

In Italia l’LTE sta muovendo i primi passi e siamo in attesa della presentazione dei nuovi servizi ultrabroadband basati sulla rete mobile di nuova generazione da parte delle TELCO.

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THE START UP OF YOU: saggezza, idee, intuizioni, consigli pratici per lo start up di ognuno di noi

Per studio e lavoro (e le cose quasi sempre coincidono) leggo molti libri sul mondo digital, social, di marketing e managemet. E, ovviamente, mi accorgo che tanti di questi libri sono abbastanza inutili, ripetono in coro monotono quello che altri hanno già detto, senza un’idea originale o un’utilità pratica.

Ogni tanto, invece, mi imbatto in un libro di quelli che gli americani chiamano page-turner, è il caso di The Start up of You di Reid Hoffman, il fondatore di Linkedin
E’ un libro intelligente, utile, pratico.  E’ un libro scritto da un imprenditore, tra l’altro di grande successo, uno che ha messo le mani in pasta e che, come rivendica, parla e scrive di cose che negli altri “textbook” sul, e di, management non si trovano.

Un esempio? Le pagine dedicate a trattare con chi ha più potere di te.
Senza infingimenti su false partecipazioni democratiche, Hoffman, sgombra subito il campo: “ il business è un terreno sdrucciolevole” con le proprie regole e con i propri riti,
far finta che non vi siano, o peggio ubriachi della sbornia socialnetworkista, pensare che siamo tutti uguali e che le gerarchie, le esperienze, il potere non conta, è (lo dico io) bullshit.

Il libro va letto, tutto, ad ogni fine capitolo ci sono delle esercitazioni pratiche, quindi andrebbe anche agito.
Qui di seguito una veloce rassegna dei punti chiave trattati, ma, credetemi, una piccola recensione come questa non può rendere il valore globale.
Andiamo per punti:

  • Start up. Nell’idea dell’autore lo start up non si riferisce a una condizione specifica, ma è un’attitudine, un atteggiamento da tenere per essere sempre pronti a rifondarsi in un ambiente socio-economico con rapidi, e spesso, drammatici, cambiamenti. Ma non basta l’attitudine ci vuole anche un metodo. Hoffman propone:
  • ABZ Planning:
    • Piano A: quello che fai in questo momento
    • Piano B: quello che vorresti fare, o quello che ti permette una via d’uscita se il Piano A va a rotoli
    • Piano Z: la scialuppa, qualcuno che ti mette un tetto sopra la testa se A e B falliscono

Non sono delle etichette: Hoffman fa numerosi esempi personali e non, ma soprattutto dice una cosa sacrosanta: non si definiscono sulla carta i Piani, facendo una lista lunghissima di pros e cons ma si capiscono e definiscono facendo: learning by doing.

  • La Religione del Fare. Comune allo spirito USA, in questo libro ha uno dei profeti più alti che racconta come facendo, sbagliando, ri-facendo, è diventato uno degli imprenditori di maggior successo al mondo.
  • Ci vuole un network: Questa è un’affermazione ovvia, ma Hoffman la declina in vari, interessanti modi. Intanto, il Network ha dei gradi diversi, e ogni cerchia risponde ad obiettivi diversi. Quelli che chiama weak ties ad esempio, hanno anche loro una funzione importantissima in quanto ad esempio, amplificatori di notizie, opportunità, idee che altrimenti rimarrebbero fuori dal raggio di portata: “weak connections help find creative solutions by introducing new information and resources from other circle”.

Consiglio utile: cercate di allargare i Network a persone, professionisti che facciano cose diverse da quelle di cui ci si occupa, perché i Team più creativi, le idee migliori storicamente nascono dall’incontro di persone con background completamente diversi

  • HumanNetwork. Ma soprattutto uno è, a mio avviso, il valore individuato nel Network. In un’era sovraccarica di informazioni, trovare quelle rilevanti è sempre più difficile e dispendioso, lo human network è lo strumento più potente per filtrare e offrire su un piatto d’argento le info che contano . E non c’è Google o Software d’analisi che conta: “Instead of an anonymous editor or algorithm  (…) the rise of a social web allows trusted connections to act as information curators”.
  • Mind on fire. Be curious. La curiosità per Hoffman è probabilmente la leva principale, per: a) capire; b) cambiare quello che non piace. Perché: “golden opportunities are not wrapped in pretty packaging with a clear label”.

Occorre fatica e sforzo e non mollar mai, ma se si persevera, se si è curiosi (vi ricorda qualcos’altro eh :-?) si è ricompensati. So stay hungry :-).

  • Starting up in a down economy. Punto molto importante per tutti noi, visti i tempi. Qui Hoffman ci offre un utilissimo ragionamento contro intuitivo: come sanno gli imprenditori navigati, afferma l’autore, creare un’azienda quando l’economia è depressa, permette un rischio minore perché: “… starting a company in a down economy has a lower risk than peope think, precisely because other people are scared off by the risk, in a recession there’s less competition”.

E, a conferma della testi, gli esempi di Microsoft, FedEx, create in momenti di recessione. 

  • No mathematical Formula. Infine, vorrei chiudere con questa affermazione, utile per tutti coloro che si pensano degli start upper; che pensano la propria carriera come una continua start up, una perla di saggezza che, rassicurandoci che la formula magica non esiste, ci spinge a essere ancora più determinati a sfidare i rischi che sono il sale della vita: “ there’s no mathematical formula that could possibly capture the probabilities and range of outcomes of a dynamic start-up, let alone the dynamic start-up that is your career .”

La grande lezione di Hoffman è di diffidare dei libri di testo che danno le regole; di chi la fa facile; di chi non ha fatto e pontifica.
Se le regole per il successo fossero insegnabili e sicure, saremmo tutti dei grandi imprenditori, non è così.
Dopo aver letto questo libro però, si sente dentro un grande ottimismo e una serie di intuizioni e idee pratiche per migliorare la propria carriera, la propria attitudine al lavoro. Si ha voglia di sperimentare.

Fatevi questo regalo, leggetelo 🙂

 

 

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Social Commerce e la falsa leggenda della rivoluzione in arrivo

Social Commerce, quanto ne sappiamo? E, soprattutto, quanti falsi miti o convinzioni radicate ne snaturano il senso ?

Partiamo dalla domanda più semplice: cos’è il Social Com­merce? (abbiamo riletto l’interpretazione di Fred Cavazza: http://www.forbes.com/sites/fredcavazza/2012/02/01/the-six-pillars-of-social-commerce/)
Le seguenti business practices possono essere associate al social commerce:

  • Buyer Com­mu­ni­ties: che si costruiscono intorno ad un prodotto o ad una gamma di prodotti (esempio tablet) in maniera autonoma o  guidate da un brand, sulla base di una condivisione di valori, abitudini, stili di vita,interessi (Es. Spritz.it, GDGT)
  • Group-Buy:  ovvero il fenomeno Groupon e/o Letbonus dove l’offerta a prezzi vantaggiosi di beni e servizi su base locale diventa valida solo al raggiungimento di un numero minimo di compratori
  • F-Commerce:  c’è chi pensa che il fenomeno del Facebook Commerce rappresenti oggi  il futuro dell’e-commerce.

Eppure tutti gli esempi sopra riportati non sono che una piccola parte del social commerce, ma non rappresentano il fenomeno nella sua totalità.

E allora urge un po’ di chiarezza.

INTERAZIONE SOCIALE: DALLA VITA REALE AL MONDO ONLINE
Possiamo affermare che il social commerce è un pezzo dell’e-commerce, più precisamente a decretare il passaggio da e-commerce a social commerce è il grado di interazione sociale che si sviluppa tra gli utenti .
Partiamo dalla definizione di Wikipedia: “social commerce, evoluzione dell’e-commerce in senso interattivo, che consente una maggiore partecipazione dei clienti attraverso blog, forum, sistemi di feedback etc….” (http://it.wikipedia.org/wiki/Web_2.0 )

Nella vita normale andiamo a fare shopping con i nostri amici, e prima di acquistare chiediamo consigli su cosa acquistare e sentiamo i loro feedback, per poi decidere.
Interagiamo, quindi, con le persone di cui abbiamo fiducia prima di effettuare un acquisto.

La stessa cosa avviene online: i feedback di chi acquista su Ebay e i suggerimenti all’acquisto su Amazon non sono altro che l’estensione nel mondo internettiano di quello che già facciamo nel nostro quotidiano: interagiamo con le persone che hanno già acquistato un prodotto di nostro interesse perché desideriamo sapere cosa ne pensano, e più queste persone ci mettono la faccia più noi ci fidiamo.

IL PRODOTTO AL CENTRO: DAL NEGOZIO ONLINE AL PRODOTTO SHARABLE
Nel mondo del social commerce quando noi arriviamo al prodotto conosciamo già tutto di “lui”: abbiamo letto le recensioni che lo riguardano, conosciamo i feedback degli utenti che lo hanno già acquistato.
E’ questo il vero cambiamento da e-commerce a social commerce: si passa da un’ottica che mette al centro lo store online, puntando sull’attrattività del negozio per lanciare i prodotti, ad un’ottica che mette al centro il prodotto e la capacità di creare conversazione, di renderlo sharable.

Quindi la prima domanda che un brand deve porsi è: ho dei prodotti che possono generare delle conversazioni online? Bene, allora posso pensare di costruire l’identità sociale del mio prodotto, attraverso un vero e proprio community building program.
La costruzione della community è la base che renderà possibile la connessione tra le conversazioni  sociali relative al prodotto e le vendite del medesimo.

Se, come abbiamo detto, il social commerce si basa sull’interazione sociale in rete allora non siamo di fronte ad una rivoluzione: da 10 anni ormai su Ebay e su Amazon gli utenti si scambiano feedback e opinioni sui prodotti acquistati.
Ed è sempre lì che si torna, al Cluetrain Manifesto:  nella frase “Markets are conversations” era già insito il significato primordiale del social commerce.

SOCIAL MOBILE COMMERCE
Grazie alla diffusione dell’internet mobile la nostra esperienza di social commerce può diventare continua.
Con il mobile, piaccia o non piaccia, “non entriamo più in Internet ma ci siamo dentro e la portiamo sempre con noi” e questo cambia radicalmente la nostra esperienza nel mondo social e quindi anche il nostro approccio di un qualsiasi prodotto online.
Di fatto viviamo un’esperienza immersiva  perché il social mobile abbatte le barriere tra off e on-line, e rende i due parte dello stesso ecosistema (https://marziomazzara.wordpress.com/2012/04/12/social-mobile-marketing-un-libro-per-anticipare-il-futuro/ ).
Ed è a questo scenario che i brand devono prestare la massima attenzione: oggi sviluppare una strategia di social commerce escludendo l’elemento mobile significa decidere di stare un passo indietro, rischiando di essere perdenti, in partenza.

 KEY TAKEWAYS

  • Il social commerce è qualcosa di più complesso di uno store sul proprio sito o di una Tab su Facebook: è una strategia di marketing che prevede e promuove la conversabilità  e sharabilità di un prodotto in un azione che, in teoria, non comincia e finisce ma va avanti sempre.
  • E’ fondamentale raggiungere I propri clienti nel posto giusto: oggi il “posto” non è più,anzi è sempre meno, quello fisico. Al contrario sono i touchpoint digitali da presidiare via mobile marketing.
  • Non perdere mai di vista la leva del CRM: nessuna strategia di social commerce può avere efficacia se, alla base, non c’è un consolidato sistema di CRM. (Sul Social CRM torneremo).
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